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venerdì 20 maggio 2016

Gli Spazi Contemplativi: un nuovo approccio alla progettazione (*)


Pratiche contemplative: arre applicative e tipologie spaziali connesse.  Immagine di Giuseppina Ascione
L’omeostasi (fisiologica) è la capacità del nostro corpo di adattarsi costantemente alle condizioni ambientali circostanti. Questi adattamenti del corpo, necessari per la nostra sopravvivenza, operano attraverso una serie complessa di reazioni metaboliche. Sudiamo quando abbiamo caldo  e abbiamo sete quando l'ambiente circostante è troppo secco, e tutto questo per raggiungere equilibri dinamici che richiedono continui cambiamenti. Molto spesso tali cambiamenti avvengo senza che noi ne siamo consapevoli, e solamente nel caso di variazioni improvvise e intense noi avvertiamo la sensazione di sentirci meglio o peggio, a seconda di quanto il nuovo stato di equilibrio  risulti benefico o stressante.
Esiste una forte analogia tra il modo in cui la nostra mente ed il nostro corpo reagiscono ai valori alle caratteristiche ambientali ed è per questo importante che i progettisti siano consapevoli del fatto che una specifica  scelta di determinati attributi spaziali può determinare altrettanto specifici stati mentali degli occupanti, siano essi di tipo emotivo, cognitivo o relazionale.
Le chiese sono i primi esempi di progettazione che sfruttano parametri fisici per evocare uno stato mentale particolare. Nelle culture cristiane, questi tipi di edifici sono stati costruiti con l'obiettivo di consolidare la fede in un ente superiore e di spingerlo in un atto di dipendenza e umiltà attraverso la manifestazione di riti collettivi.  
John P. Eberhard nel suo libro (1) distingue gli "spazi spirituali" dagli "spazi sacri": i primi sono designati a scopi religiosi mentre i secondi cercano esclusivamente di evocare al visitatore sensazioni trascendentali. In entrambi i casi, però, siamo ben lontani da quello che uno stato contemplativo della mente è, vale a dire un’osservazione profonda del proprio  stato mentale.

Sala di preghiera/meditazione all'aeroporto di Monaco. Foto di Giuseppina Ascione
Ogni attività legata alle diverse destinazioni di uso, siano esse riferiti a scuole, a uffici, a centri commerciali, ecc.,  richiederebbe uno spazio contemplativo specifico per una specifica pratica di meditazione. La meditazione migliora la qualità della nostra vita non solo perché aiuta a liberarci dai cattivi sentimenti legati allo stress, l’ansia e la depressione, ma è addirittura strumentale al raggiungimento o miglioramento delle competenze specifiche richieste. Una breve pausa dedicata alla cura della propria persona, e che non sia solo di tipo fisico, può aiutare nel lavoro a rigenerarsi mentalmente e aumentare la creatività, mentre nelle scuole i bambini sono aiutati a raggiungere un migliore stato attentivo e bilanciare gli impulsi alla iperattività. 
Le acquisite capacità di trasformazione e di sviluppo derivanti da pratiche contemplative , unite all'ondata innovativa portata dalla tecnologia invisibile, e sulle basi di un progresso più sostenibile e responsabile, stanno cambiando l'identità di essere umano, il quale sente la necessità di comprendere e definire meglio  la sua individualità  al fine di poterla meglio controllare. 
Una nuova routine giornaliera - immagine di Giuseppina Ascione
Gli effetti benefici della contemplazione in ogni aspetto della nostra vita sta per arricchire la nostra routine quotidiana e diventare una attività fondamentale come il mangiare ed il dormire. Ciò significa che l’intero programma e paradigma progettuale va rivisitato  per poter affrontare la nuova complessità. Le variabili di riferimento per questo cambiamento sono diverse ed interagenti: le diverse aspettative performative, i diversi background culturali, i relativi profili psicologici individuali vanno tutti coordinati con la scelta tra le diverse pratiche  contemplative di riposta ad ogni singolo caso.

Giuseppina Ascione
Note 1: "Brain Landscape. The Coexistance of Neuroscience and Architecture" John Paul Eberhard, Oxford 2009

(*) puoi leggere lo stesso articolo anche su www.neuroarchitectura.com . Il blog sta lentamente traslocando 

sabato 2 aprile 2016

Gaming Architecture for Neuroscience (ita)

Gamification* come soluzione per integrare le neuroscienze con le altre discipline architettoniche ? 


La notizia della morte di Zaha Hadid che giunge poco dopo la cancellazione del suo progetto per le Olimpiadi di Tokyo, e dopo la dichiarazione del presidente cinese Xi Jinping sul non voler più promuovere "architettura strana",credo segni la fine di un'era. Il pragmatismo prenderà nuovamente piede e soppianterà la forza immaginativa e innovativa liberata dalla rivoluzione digitale. Credo che le  ambizioni in questo  periodo siano (stati) molto positivi ed in una certa misura siano riusciti ad inspirare le persone attraverso spazi sorprendenti.
  
Zaha Hadid - Terminal di Daxing (Immagine by Deezen)
Ho condiviso questa ambizione. Quando lavoravo al mia tesi di  laurea ho manifestato questa mia  ingenua ambizione con le seguenti parole: "Gli ambienti che creo saranno spazi del cambiamento, sedi di scoperte scientifiche, luoghi in cui le persone si innamorano, luoghi dove grandi organizzazioni nascono e imploranti cause vengono perorate. Voglio creare luoghi dove le leggi di Newton sono insegnati agli Einstein del futuro e dove venga celebrata la formula e = mc2".
Questa affermazione mi ricorda la call ambiziosa di Giuseppina Ascione per un approccio equilibrato alla progettazione che utilizza i principi umano-centrici della progettazione (HCD). 
Ora siedo in un posto dove è facile perdersi in minuzie e  dimenticare quelle che erano le mie motivazioni originali.
La sovrapposizione tra neuroscienze e l'architettura riapre adesso un piccolo scorcio sulla mia ambizione iniziale. Credo che le questioni circa la logistica o la collaborazione neuroscienze/architettura facciano ormai parte del pensiero di professionisti e studiosi di tutto il mondo e rendano possibile  raggiungere tale traguardo.

Spesso si verifica che più sono gli esperti coinvolti  in un processo , ​​più questo diventa inefficiente. Eppure, essendo io amante della complessità, immagino che il cliente perfetto sia quello disposto a riunire gli esperti di molte discipline, per cogliere le diverse sfumature e raggiungere la magnificenza: gli UX designer, gli ingegneri ergonomici, i designer industriali, gli storici, i pianificatori, gli urbanisti, gli artisti, gli esperti di Feng Shui, i neurofisiologi, ecc.. 
Tuttavia una tale complessità richiederebbe un enorme sforzo da parte della burocrazia governativa per potere stare al passo. Facilmente ci si troverebbe di fronte a progetti senza fine, o che non realizzano fedelmente le  idee iniziali, ( eventualmente con un aumento del loro costo). Un approccio diverso potrebbe essere proposto attraverso una sorta di gamification(1) ed un’analisi  dei problemi che si svolga attraverso un confronto alla pari tra diversi attori . Può la gamification essere una soluzione progettuale che ci permette di integrare le neuroscienze nelle discipline del design ?
La gamification presenta in sé implicazioni neurologiche che possono favorire e aumentare la produttività tra soggetti e dei soggetti. Un articolo dal Pew Research Center di Anderson e Rainie del 2012 racconta: "… i neuroscienziati stanno scoprendo sempre di più sui modi in cui gli esseri umani reagiscono a tali metodi di design interattivo. Si dice che tali interazioni causino reazioni chimiche che ci fanno sentire bene e alterano le nostre risposte agli stimoli migliorando i tempi di reazione, per esempio,  e in certe situazioni addirittura l'apprendimento, la partecipazione e la motivazione". 
Questo migliora ulteriormente la nostra possibilità di includere esperti nel processo di  progettazione.




Considerate la scoperta, da parte di ricercatori presso l'Università di Washington, così come riporta il lor articolo: "una ricerca crowd-sourced ha svelato il  mistero di come una proteina chiave può aiutare a curare l'HIV. Il gioco ha attirato 46.000 partecipanti che hanno impiegato solo 10 giorni per risolvere un problema che gli scienziati stavano studiando da 15 anni.". Aggregare diverse competenze in una rete peer-to-peer(2) consente di ben ponderare il problema e di giungere ad una soluzione con maggiore 'efficienza e sulla base di maggiori informazioni.

Questo può diventare un ottimo strumento per aprire la partecipazione a molti e consentire il contributo da parte delle migliori  competenze in campo progettuale. Esistono già esempi che adottano questo metodo soprattutto nel settore dell'ingegneria con squadre basate sul crowdsourcing che stanno affrontando sfide sempre più grandi. Non mancano esempi anche all'interno della comunità dei designer : organizzazioni come Architecture for Humanity oppure la neonata Open Architecture Collaborative rappresentano un sistema di esperti basato sul  peer to peer. Il passo successivo sarà quello di coinvolgere le comunità interdisciplinari per affrontare sfide di progettazione in modo iterativo che possano venire fuori con proposte risolutive prima inconcepibili. 
In conclusione possiamo pensare di riconsiderare tutte le  problematiche legate alla progettazione  che in questi ultimi due millenni hanno atteso di avere risposte,  e che alla luce di queste nuove metodologie, quali appunto il gamification ed il  peer-to-peer”, possiamo finalmente concepire una progettazione architettonica integrata, capace di riunire tutte le competenze nuove, neuro scientifiche e non solo,  necessarie per creare spazi di qualità. 
Ralph S. Steenblik
NOTE: 
(*)(1)  l'utilizzo di elementi mutuati dai giochi e delle tecniche di game design in contesti esterni ai giochi
per diffondere informazioni (educare- promuovere)
(2)     Rete di partecipazione e condivisione dati di ricerca di tipo paritario, non gerarchizzato 

lunedì 14 marzo 2016

Una risposta per Gropius: There will be a science of Design (*)

C'è un frenetico turbinio di iniziative  sul tema del design e sulla linea di sviluppo che esso dovrà percorrere. Conferenze, eventi celebrativi e bandi di gara si propongo quasi in simultanea e spesso ignorandosi fra di loro: essi provocano una sorta di dispersione energetica che a volte intralcia la collaborazione tra le diverse discipline, o tra i vari gruppi di lavoro interdisciplinari, forse perché si lavora per evidenziare i punti di divergenza piuttosto che quelli di contatto, forse perchè c'è ancora confusione su quali debbano essere i riferimenti scientifici.


Tra gli appuntamenti del primo semestre di quest'anno troviamo Londra, dove si è da poco conclusa Conscious Cities, mentre a San Diego l'ANFA apre a nuovi studi di ricerca da presentare alla  International Conference del prossimo settembre. Seattle sarà presto sede di una summit che sigilla un connubio tra il Living Building Challenge e l'istituto di ricerca Terrapin, baluardo del design biofilico, proprio mentre  Rick Fedrizzi, forse cosciente dei limiti che i crediti LEED presentano sulla salvaguardia del benessere dell'utenza, apre le porte al WELL Building Standard.
Esistono poi altre iniziative di ricerca globale e trasversale, quale il progetto di neuroarchitettura ROOMS  (lo IUAV tra i suoi principali partners) che cerca di superare gli ostacoli economici e burocratici di una partecipazione aperta a tutti ricorrendo ad un modello originale di  crowdfunding.  
Quello che emerge da questo fenomeno è la necessità di effettuare un cambio di marcia nel mondo della progettazione e dello stesso modo di fare ricerca. Quest'ultima non è più prerogativa unica delle accademie, ma inizia ad essere fagocitata dal mondo imprenditoriale e dal suo appetito per investimenti intelligenti che abbiano fini  "etici" piuttosto che puramente di profitto. La ricerca è disorientata e allo stesso tempo crea disorientamento in coloro che finora  hanno trovato  un riferimento fermo e sicuro. 
Le università hanno capito bene che aria tira e, pur cercando di adeguarsi, procedono con andatura da elefante per  il timore di contaminarsi e perdere la propria identità e purezza.
Journal of  Design And Science
Ed ecco che arriva l'onda rivoluzionaria, in realtà già in atto da qualche anno, attualmente cavalcata dal MIT di Boston con il suo" Journal Of Design and Science" (fondato già nel 1985), con l'idea di cambiare radicalmente il modo di legittimare la ricerca. Un 'apertura più democratica al confronto scientifico che si basa sul "peer to peer review", cioè che si svincola dall'analisi lenta e cattedratica degli anonimi revisori nominati di volta in volta (peer review), ma si espone alle modifiche di chiunque creda di avere qualcosa di interessante da dire.
C'è il rischio di una banalizzazione dei problemi affrontati, oppure siamo di fronte l'opportunità di ascoltare validi  opinioni da chi è rimasto tagliato fuori  dal confronto a causa di un sistema arrugginito e anche , a volte, corrotto ?
Nel campo del design (dando per scontato che si tratti già di progettazione sostenibile e umano-centrica), tale atteggiamento inclusivo è assolutamente necessario oltre che auspicabile. Un "antidisciplinarità" contro la interdisciplinarità, per usare le stesse parole di Jui Ito, direttore del MIT Media Lab, può essere la giusta via per poter coinvolgere simultaneamente  attori importanti di diversa estrazione culturale, i quali finalmente uscirebbero dall'ombra della critica sterile o dell'intervento postumo e per questo vano. Perché mai escludere categorie che sappiamo bene essere importanti contribuenti nella modellazione e caratterizzazione dei nostri ambienti quali gli psicologi, filosofi, artisti ?

NOTE:
(*) Si fa riferimento al post di gennaio

venerdì 4 marzo 2016

Verde o Blu: che colore ha la nostra anima?



 Foto di Nicola De Pisapia
La sensazione di piacere legata a qualsiasi nostra esperienza percettiva trova sempre spiegazione nella assonanza degli stimoli subiti con i fenomeni o elementi della natura. Riproduzioni astratte quali i frattali ci affascinano per la loro analogia  con gli alberi ed il semplice rumore della pioggia ci fa indugiare su un'azione per lo stato di improvvisa quiete che riesce ad infondere. Queste constatazioni ci trovano più o meno tutti d'accordo e la stessa ricerca ci conferma che,  in determinate circostanze, siano sempre le aree cerebrali addette al piacere (nucleus accumbens) ad attivarsi. 
Ma quando si cerca di spiegare il perché di questa nostra propensione, l'unica risposta ci viene fornita dall'ipotesi biofilica. Tale ipotesi, che rimane tale,  parte dal concetto che gli esseri umani siano geneticamente predisposti a sentirsi affiliati alla natura perché è in essa che si sono evoluti nel lungo tempo trascorso dalla loro comparsa. Gli ultimi 10.000 anni di progresso civile, con conseguente antropizzazione dell'habitat, nulla possono contro l'influenza dominante dei milioni di anni vissuti da semplice animale superiore in continua lotta per la sopravvivenza.  
Anche quando i ricercatori hanno messo a confronto i ruoli che hanno i diversi tipi di capitale (umano, sociale, materiale e naturale) sulla valutazione del proprio livello di benessere,  ne è risultato che è sempre il capitale naturale a vincere su tutti.

Ma qual è l'ambiente naturale a cui si fa riferimento ? Inaspettatamente, nonostante "green" sia l'appellativo più usato per le diverse iniziative ambientaliste ed ecosostenibili, il paesaggio acquatico vince alla grande il confronto con il paesaggio verde dei boschi o delle praterie.

Copertina libro
L’autore del libro "Blu Mind", Wallace J. Nichols, non ha dubbi a riguardo, e riporta diverse ricerche che spiegano come mai la presenza dell'acqua sia determinante nelle valutazioni di un luogo, sia esso per la scelta di una vacanza o di un acquisto di un immobile. 
Il mare, ma anche i laghi ed i fiumi, ci offrono occasioni di interazione che coinvolgono tutti i nostri sensi: l'effetto "sparkling" dei riflessi dell'acqua in movimento,  il rumore  "rosa" delle onde, la possibilità di toccare l'acqua e rinfrescarsi, l'assenza/presenza di odori e sapori, ci pongono di fronte ad una esperienza ricca come nessun'altra. 
Un tuffo nell'acqua ci dà la possibilità di vivere l'elemento da ogni punto di vista - da sopra e da sotto - e, soprattutto, cambia la percezione del nostro corpo e del suo peso. Infine, più importante di tutti, lo specchio d'acqua ci restituisce la luce blu del cielo, elemento fondamentale per il corretto funzionamento del nostro metabolismo. 

La multisensorialità è un aspetto importantissimo della nostra vita: ogni esperienza è un orchestra di sollecitazioni dei diversi sensi, anche quando non ce ne accorgiamo. Sarebbe difficile avere una giusta ed identica percezione di un fenomeno se improvvisamente venisse a mancarci un senso. Il grado di piacevolezza di una situazione mentale e fisica non  dipende solo dalla qualità delle sollecitazioni, ma soprattutto dalla loro armonia e dalla ricchezza del coinvolgimento sensoriale: in questo l'acqua  ci offre un'esperienza unica.

L'associazione dell'acqua al colore blu fa sì poi che la preferenza ricada anche su questo colore  piuttosto che su quello verde "concorrente". Gli uomini tutti, sia di genere maschile che femminile, preferiscono il colore blu, anche se esso è raramente presente in natura viva: sono pochi i fiori blu, specialmente se si esclude la sfumatura del violetto, e tra gli animali si contano per lo più farfalle e qualche uccello. 
Nonostante il colore blu possa a volte assumere un significato macabro, poichè collegato all'idea di un corpo senza vita, è l'idea di bello, pulito e calmo, strettamente collegato all'acqua,  ad essergli generalmente attribuita.
Guai, però, a tradire quest'aspettativa: l'acqua deve essere blu, o al massimo avvicinarsi ad alcune gradazioni di verde, e mai presentare rifiuti o altre tracce di inquinamento. Gli effetti negativi  a livello psicologico sarebbero enormi, poichè verrebbero annullati, se non ribaltati, gli effetti rigeneranti che i paesaggi d'acqua generalmente offrono.(1)
Ma questo, si sa, vale anche in molti altri casi.

Giuseppina Ascione 


NOTE  
(1)   K. J. Wyles,  S. Pahl,  K.Thomas,  R.C. Thompson
Factors That Can Undermine the Psychological Benefits of Coastal Environments. Exploring the Effect of Tidal State, Presence, and Type of Litter.  Environment and Behavior,   July 3, 2015

venerdì 19 febbraio 2016

Come saranno le scuole di domani?

Un articolo di Wired di circa un anno fa riportava un dato poco incoraggiante sulle scuole italiane: infatti, secondo un sondaggio presentato dalla OCSE, gli studenti italiani risultano tra i più infelici in Europa, e non solo per gli scarsi risultati didattici, ma anche per gli indici di scarsa motivazione e per l'alta percentuale di casi di abbandono.



Tipica aula degli anni '50 e '60-. 
Le ragioni di questo insuccesso sono molteplici e se si crede che miglioramenti in campo architettonico, quali quelli legati alle migliorie tecnologiche (controllo acustico, termo-igrometrico, ecc.)  o quello legato all'eco-sostenibilità, possano essere sufficienti a fornire una risposta soddisfacente alla esigenza di cambiamento, si sta navigando ancora in acque alte. 

Ciò che viene principalmente messo sotto accusa è il modello pedagogico :il metodo della lezione frontale è definitamente morto ed è necessaria una rivoluzione delle configurazioni  spaziali. Qualora venissero proposte nuove aule tecnologiche e digitalizzate per una scolaresca omogenea di circa 20 ragazzi, i risultati sul rendimento non sarebbero migliori. Flessibilità, mobilità, adattabilità sono le nuove parole d'ordine e questo non solo per rispondere alla "diversità" del processo cognitivo, ma anche all'individualità dello sviluppo emozionale. 
http://www.designindaba.com/articles/creative-work/these-classrooms-are-designed-help-children-adhd-focus
Sedute per ragazzi affetti da ADHD - designer Lior Ben-Sheetrit -  Photo by Roi Mizrahi/Xnet

Fondamentale a questo riguardo è anche l'elemento luce, la cui efficienza fotonica assume un ruolo secondario rispetto  a quella circadiana. Se è vero che l'uomo è un orologio biologico che funziona al meglio quando i ritmi della sua giornata seguono l'evoluzione della   luce naturale, questo implica che l'organizzazione delle attività didattiche tengano conto di questo.
L'essere umano è predisposto all'attenzione e alla  concentrazione nelle ore mattutine , quando la luce passa dal giallo al blu (che solo il cielo ci offre in modo adeguato),  ed affronta l'esercizio fisico in modo ottimale con la luce pomeridiana. Esperimenti scientifici provano che un distacco da questo ritmo può causare  depressione e addirittura malattie irreversibili: come non tenere conto di questo aspetto quando si deve progettare un'edificio della formazione?

Fondamentale la Ricreazione all'aperto.
Fornire ai ragazzi un supporto allo sviluppo delle capacità cognitive, percettive  ed emotive è prioritario rispetto al nozionismo puro; è veramente strano come questa logica sia ben applicata al protocollo delle scuole della prima infanzia e dell'età prescolare, per poi essere bruscamente interrotta per le fasi scolari successive. I bambini, almeno quelli più fortunati che hanno potuto frequentare la scuola dai primi anni di vita, vengono improvvisamente catapultati, all'età di sei anni, da una ambientazione attenta ai processi interattivi, ad una asettica scatola rettangolare che, nel migliore dei casi, risulta dotata di una "inorgogliente" lavagna multimediale. Eppure è ben risaputo che lo sviluppo di molte facoltà mentali, oltre che  fisiche, si conclude solo con l'adolescenza (per esempio lo sviluppo del senso dell'orientamento si conclude a 12 anni). 
Insomma, progettare una scuola oggi rappresenta una vera e propria sfida sia per la ricchezza dell'agenda, sia per l'interdisciplinarità delle competenze da coinvolgere, sia per il continuo e progressivo aggiornamento della letteratura di riferimento, cose che rendono impossibile l'adozione di uno schema o modello già esistente.


Il concorso di idee che il Ministero dell'Istruzione bandirà a breve, attraverso un fondo apposito messo a disposizione da Inail, sembra interpretare questa nuova esigenza di realizzare innovativi ambienti di apprendimento: speriamo che gli architetti accetteranno la sfida e dimostreranno di essere all'altezza.


venerdì 5 febbraio 2016

Non solo"smart".Per una città antropocentrica

Non solo"smart".Per una città antropocentrica







Quando si dice "Smart City" l'idea immediatamente associata è quella di una metropoli densa, digitalizzata, interconnessa, efficiente soprattutto per l'ottimizzazione dei consumi energetici e l'informazione condivisa in tempo reale. Il tutto è al servizio delle istituzioni, delle aziende e, in ultimo, del privato cittadino. Tralasciando la questione su quanto questo sia vero sulla carta e quanto nella realtà, c'è da osservare che il modello "intelligente" trascura quello che dovrebbe essere il principale obiettivo della pianificazione territoriale: il benessere spirituale e sociale, nonché intellettuale, del cittadino. L'agglomerato, sia esso urbano che rurale, è espressione e testimonianza della cultura di un luogo, e, in quanto tale, detiene la responsabilità di  gestire e governare una vita sociale salubre, attraverso l'espressione di valori etici e spirituali  che si esprimono con segni, suoni, odori. 


Montreal - Luminoterapia  (via  www.landarchs.com)
Per avere un'idea dell'importanza che un singolo segnale può avere sulla nostra mente consideriamo, da sola, l' esperienza visiva. Un qualunque elemento  che si incontra lungo un percorso viario viene sottoposto a una duplice interpretazione e codificazione: quella della visione centrale, che interpreta il suo significato intrinseco, e quella della visione periferica che lo colloca in un contesto scenico e lo carica di significati aggiunti fatti di ambientazione e eventi correlati. Damasio(1) sovrappone a questo doppio momento percettivo l'emozione primaria  - di natura primitiva -  e quella secondaria, di livello superiore, con la quale si forma la "sensazione" che caratterizza le nostre esperienze di vita e che quindi definisce i nostri comportamenti.
Questa semplice considerazione fatta solo sulla esperienza visiva ci fa capire l'importanza che un determinato contesto urbano può avere  sulla caratterizzazione di un gruppo, di un popolo.  

Se consideriamo il fatto che l'esperienza di noi umani è sempre multisensoriale, si intuisce che la responsabilità che ci investe nella definizione degli spazi urbani è enorme, nonostante si  stimi che impieghiamo mediamente solo il 10% della nostra giornata negli spazi esterni. E se è vero che la complessità che pervade le metropoli apre a problemi di carattere pratico e numerico, come la gestione dei flussi e la distribuzione dei beni, è necessario anche adoperare strategie del design urbano per migliorare il benessere psicofisico dell'individui, prevedendo e definendo un "mentalscape" (2) positivo.


SouthBank arbour Brisbane (via landarch.com)
L'essere umano è il prodotto dell'interazione con il territorio in cui cresce e vive: con esso egli stabilisce un rapporto simbiotico che lo trasforma costantemente con effetti nei tempi  brevi, medi e lunghi. Creare le condizioni ideali che evitino l'insorgere di fattori stressanti e che possano migliorare le nostre capacità intellettive è possibile strumentalizzando le numerose variabili che caratterizzano il luogo. Tracciati viari di facile decodificazione, facciate di edifici che considerino la loro potenzialità espressiva, aree verdi, installazioni artistiche, sono tutte occasioni per offrire esperienze rigeneranti.
Una città in armonia con il nostro benessere mentale può strumentalizzare i suoi elementi per offrire una positiva esperienza estetica: il passeggio lungo le strade, l'accesso ai mezzi di trasporto, le pause e le soste,che venga fatto in modo consapevole o non, possono diventare delle vere e proprie  pratiche contemplative che ci aiutano a vincere le ansie, a gestire lo stress, a modulare le emozioni, a migliorare le nostre capacità intellettive.

Giuseppina Ascione


Note:
(1Antonio R. Damasio, L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, 1995
(2)   Marteen Jacobs, The production of mindscapes: a comprehensive theory of landscape experience, 2006

mercoledì 20 gennaio 2016

Sacro e Divano: a ciascuno il suo.

Lo spazio che si abita dovrebbe essere un santuario, esso è uno spazio dove ti è permesso riflettere sulla tua vita, quando si ritorna a casa si trova sensazione di tranquillità.”

Ichigoni 152 .(via Dezeen)

Sono le testuali parole che Tadao Ando,  premio Pritzker 2005, pronuncia quando introduce il suo primo progetto in New York, l'edificio residenziale di lusso di sette piani, noto come Ichigoni 152, recentemente ultimato e consegnato al committente.
Consueta   l’associazione del focolare domestico al concetto di tranquillità, ma apparirebbe contraddittorio collegare la stessa idea di casa a quella di  santuario. L’elevazione spirituale che si esperisce in un santuario, sia esso un luogo di culto rivolto ad una entità esterna  o luogo di contemplazione, non esprime  esattamente lo stato mentale collegato all'idea di comfort che noi associamo al focolare domestico, piuttosto evoca sentimenti trascendentali nel visitatore attraverso uno stato emozionale di secondo livello. 


D’altra parte se si confrontassero le attività cerebrali di un soggetto in situazione di relax e quella di immersione in una pratica contemplativa, si registrerebbero due configurazioni molto diverse: nel primo caso si evidenzierebbe un’attività cerebrale limitata alla rete default mode (attività di pensiero non controllato) e sarebbe il sistema parasimpatico a dominare la nostra reazione psicofisica, mentre nel secondo caso, un processo cognitivo di emozione di secondo grado, attiverebbe il sistema simpatico. 

The Church of Light - foto Thomas Medve

La residenza Ichigoni  a  New York  si presenta, in effetti, molto più vicino ad un tempio che ad una abitazione. Le superfici molto estese e riflettenti (calcestruzzo a vista e facciata continua) rendono inevitabile il riverbero, l’arredamento minimalista proposto risulta iconico e  la vista aperta sulla metropoli determinano un forte senso di controllo (subito o praticato). 
Il risultato è un’atmosfera sofisticata e di sacra tensione, che la presenza di elementi naturali come l’acqua, la luce naturale ed il verde, non riescono ad affievolire.
Non a caso molti critici accostano tale risultato architettonico a “ La chiesa della luce” , la chiesa cristiana realizzata dallo stesso architetto nel 1989 ad Osaka. Questa risulta all'unanime una delle sue architetture più riuscite.

A tale riguardo dobbiamo tenere presente che non solo il concetto di sacro  in oriente e in occidente trova due definizioni distanti tra loro, ma anche la idea stessa di comfort è molto diversa. L'architettura, come ogni  linguaggio, è relativa alla cultura di appartenenza: spesso è difficile proporre traduzioni "letterali" laddove i presupposti sono inconciliabili. 
Se consideriamo ad esempio un tempio buddista o taoista, esso contempla l'armonia degli opposti in natura e cerca di imitarla (acqua e montagna, oscurità  e luce),  mentre una chiesa cristiana, di qualunque epoca, tende sempre ad esprimere il razionale dominio degli elementi strutturali sul paesaggio e sul territorio.
Lasciamo quindi che siano le stesse parole dell'architetto giapponese, pronunciate contestualmente allo stesso discorso che riportiamo sopra, a fare da epilogo:
Vorrei fare qualcosa che solo un giapponese sa fare. Fare architettura con quella sensibilità che solo un giapponese può esprimere” . 

Giuseppina Ascione 

domenica 17 gennaio 2016

Casa dolce casa

E' uscito recentemente il libro del neuro-antropologo John S.Allen "Home - How Habitat made us Human" (vedi foto) che ci spiega quanto il concetto di casa, nel senso proprio di focolare domestico, sia importante per la nostra formazione culturale e psicologica.
Copertina del libro


La casa nasce anche come soluzione alla necessità di rilassamento, alla ricerca del benessere, e non solo come riparo dagli eventi meteorologici e dalle minacce delle altre specie. Essa diventa luogo indispensabile per la formazione della nostra personalità nella fase adolescenziale, in stretta dipendenza dalla nostra cultura. Esserne privato potrebbe avere effetti sui più profondi meccanismi cognitivi, fino ad essere causa di malattie mentali. Gli homeless contano infatti un'alta incidenza di schizofrenia all'interno della loro categoria ed anche le emigrazioni di massa sono causa di un violento sradicamento dalle proprie abitudini. Ma a parte questi due casi estremi, quali considerazioni utili possiamo fare a riguardo della nostra realtà occidentale in cui "l'emergenza casa" è quasi del tutto risolta? 





In realtà il problema legato alla residenza esiste ancora, ma è di tipo qualitativo, ed è legato all'arricchimento del significato di benessere associato alla casa. Godere di buona salute fisica e contare su una sicurezza economica ed occupazionale non bastano: la crisi scatta nel momento in cui si avverte il bisogno di migliorare il proprio equilibrio spirituale, sociale e cognitivo. La casa deve tenere conto di questa nuove esigenze e una progettazione "partecipata" ed "integrata" può offrire una risposta.
Una volta era semplice interpretare le diverse condizioni geografiche e culturali che portavano a costruire un igloo piuttosto che una palafitta,poi col tempo l'idea di comfort si è imposta fortemente ed ha preteso  competenze sempre più specifiche. Oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo punto di svolta: il senso del "piacere" soppianta quello legato al "comfort".  




Esistono nuove esigenze, aumentano i requisiti per uno spazio costruito, e le competenze delle figure professionali tradizionali non bastano. Gli strumenti per rispondere in modo affidabile all
e nuove esigenze sugli spazi costruiti  esistono, essi sono forniti da diversi campi interdisciplinari già menzionati negli articoli precedenti(neuropsicologia,scienze cognitive, etc.).

La figura dell'architetto, impegnata già da molti decenni a ridefinire continuamente il suo ruolo all'interno di  una macchina costruttiva sempre più complessa, soffre di una crisi di identità. 
Ora più che mai sarebbe il momento giusto per definirne un nuovo percorso formativo: quello del neuro-architetto

domenica 10 gennaio 2016

Cosa si intende per Neuroscienze e Architettura ?

foto di  Nicola De Pisapia
L’ambiente costruito influenza le nostre percezioni, le nostre emozioni, le nostre capacità d’interazione, i nostri sogni e le nostre personalità. Tutti questo processi - di cui gli architetti ne intuiscono i meccanismi – trovano il loro substrato ultimo nel nostro sistema nervoso. Le neuroscienze legano la nostra esperienza quotidiana alle percezioni multisensoriali ed al modo con cui esse si trasformano in emozioni, empatie e comportamenti complessi. Qual è il motivo per cui figure simmetriche risultano piacevoli, qual è il meccanismo che ci rende estasiati di fronte ad una volta decorata, come mai una certa tonalità di luce ci rende più propensi a socializzare oppure ad isolarci? Molte sono le domande d’interesse architettonico a cui le neuroscienze cominciano a dare risposte, ma tante ancora sono quelle che non hanno una spiegazione. 

L'architettura è stata da sempre considerata una disciplina tesa a rendere la vita degli individui più confortevole, rispondendo alle loro esigenze. La sua utilità ha rappresentato la caratteristica essenziale, ma quando le speculazioni sul tema sono incominciate a diventare più sofisticate, sono state pretese prestazioni più complesse per soddisfare esigenze spirituali oltre fisiche di semplice dimora. 
I risultati delle ricerche neuroscientifiche degli ultimi decenni hanno permesso di entrare nei meandri dei processi cognitivi e di conoscere i meccanismi neuronali che legano i nostri sensi ai vari stati emotivi, creativi, cognitivi, e operativi del nostro cervello. 

La complessità derivante sia dalla multidisciplinarietà che dalla giovane età di questo campo di ricerca necessita di un atteggiamento prudente e collaborativo. Non esiste un nuovo decalogo fisso e universale per il costruito, ma esiste un contesto in cui s’interviene e si cerca di risolvere ed analizzare di volta in volta le esigenze degli occupanti e della committenza, in una visione dello spazio inteso come strumento attivo e proattivo nei confronti delle attività che si svolgono in esso.